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2002
4 anni di attività in favore di persone in stato di disagio
Saverio Iacobucci
Maria Franca Iorio
Busto Giovanna
Daria Maggio
Gabriele Quirici
Tiberio Sciscio
ATTIVITA' DEL GRUPPO DI
LAVORO. COMPETENZE DEGLI OPERATORI DEL SERVIZIO E DEL CENTRO
Il Centro di Accoglienza è una Struttura ben inquadrabile nel concetto di
"Area Transizionale" elaborato da Winnicott dove è centrale una
relazione "Sicura" in funzione di un nuovo sviluppo del Sé. In
questo contesto l'operatore cerca di muoversi su un continuum che va dalla
realtà percepita nell'interazione con l'utente al suo pensiero creativo e
divergente in favore del reinserimento sociale che tenta una elaborazione,
una proposta di soluzione mediante obiettivi e strategie ed
un'attualizzazione delle strategie co-costruite, per la risoluzione delle
aree del disagio dell'utente.
Dal momento in cui operatore ed utente iniziano un percorso
individualizzato in favore del reinserimento sociale dell'utente, la
relazione o meglio il rapporto interpersonale bifattoriale, in accordo con
la Psicologia Costruttivista ed Ermeneutica, sovraordina l'intervento dello
stesso operatore.
L'intervento dell'operatore è di tipo sistemico, su più livelli e su
diverse aree. I diversi livelli dell'intervento riguardano le diverse
Strutture ed Istituzioni che vengono contattate per inoltrare il lavoro di
rete. Il progetto inizia all'interno della struttura di accoglienza con il
primo colloquio che ha scopi conoscitivi ed internazionali. Emergono
infatti le richieste dell'utente nel qui ed ora della relazione cosicché è
possibile cogliere dalla comunicazione verbale e non le sue principali aree
tematiche inerenti il disagio come sistema complesso. Inoltre le prime
reazioni alle proposte di obiettivi e strategie da parte dell'operatore
forniscono un giusto feed-back all'indirizzo che si vuole dare al progetto
stesso.
L'interazione è quindi ciò che fornisce il feed-back al progetto
individualizzato ed è soprattutto in questa che l'operatore andrà alla
ricerca di significati che possano guidarlo nei momenti più difficili e
cercherà sempre di mantenere la consapevolezza di ciò che accade nel qui ed
ora della relazione con l'utente.
Durante
il colloquio di Accoglienza si svolge un'intervista semi-strutturata
seguendo la griglia di una scheda relazionale denominata appunto
"Scheda di Accoglienza" .
L'intervista rileva dati anagrafici relativi all'utente :
- Cognome
- Nome
- Data e luogo di nascita
- Età
- Sesso
- Nazionalità
- Stato civile
- Grado di istruzione
- Residenza
Altri dati:
- Reddito
- Relazioni con i familiari
- Sfratti subiti
- Possesso di un alloggio
- Vita in strada
- Autonomia.
Poi vi sono
tre grandi aree la prima delle quali riguarda il disagio rilevato.
In particolare l'intervista rileva da quanto tempo il disagio interessa
l'utente, quali le problematiche rilevanti che lo costituiscono ed una
descrizione e trascrizione dello stesso in cui si tiene conto anche dei
precedenti contatti con altre strutture del circuito in favore di persone
senza dimora.
La seconda parte riguarda la sintesi delle richieste dell'utente e
la valutazione dell'operatore .
L'ultima parte riguarda il progetto nella descrizione dei
suoi obiettivi e modalità.
Alla base del rapporto utente-operatore, che viene ufficializzato da un Contratto
dove entrambi sottoscrivono l'impegno a collaborare in favore del progetto
di reinserimento sociale, c'è una mutua condivisione di obiettivi e
strategie basato sulla fiducia reciproca.
L'operatore si relaziona sempre all'utente con un atteggiamento empatico
attuando una comprensione sul piano emotivo mediante sintonizzazione e
contemporaneamente sul piano cognitivo-affettivo.
L'empatia è un tipo di comprensione che richiede un addestramento che
rientra nelle competenze dell'operatore. L'Associazione verso la fine
dell'anno ha promosso dei corsi di formazione per incrementare competenze e
capacità dell'operatore perché si possano raggiungere sempre di più quelli
che sono gli obiettivi della psicologia di comunità ed in particolare della
psicologia della salute che richiedono un miglioramento della qualità della
vita dell'individuo tramite prevenzione. Attualmente nel panorama
dell'intervento la maggior parte dei progetti sono di riduzione del danno o
lavorano su problematiche ormai croniche.
Il lavoro dell'operatore viene svolto in èquipe ed il confronto tra
collaboratori costituisce un momento di formazione reciproca che prosegue
là dove i corsi di formazione terminano.
Nell'ambito del suo intervento e nei corsi di formazione l'operatore
acquisisce delle competenze necessarie per inquadrare le aree del disagio,
le risorse presenti sul territorio che possono risolverle e le risorse
residue che l'utente in prima persona può investire in favore del
reinserimento sociale.
Le
competenze sono :
- Amministrativa
- Medica
- Neuropsichiatrica
- Educativa
- Clinica
- Sociale
- Giuridica
L'operatore
riesce con queste competenze di base ad intervenire in modo diretto sul
problema o a coinvolgere altri organismi sul territorio necessari per la
risoluzione del caso.
Mentre si rivolge alle altre strutture presenti sul territorio a sua volta,
l'operatore ridistribuisce le competenze costruendo un linguaggio comune,
integrando i diversi tipi di servizi con l'obiettivo comune alla Rete
di intervento di presa in carico ed individuazione di un progetto
individualizzato di reinserimento sociale.
Il modello di intervento è un approccio psico-sociale integrato che viene
attuato per mezzo della presa in carico tramite l'attuazione di una serie
di interventi di una rete di servizi.
Gli obiettivi vengono perseguiti e realizzati attraverso l'integrazione dei
servizi ed il lavoro di rete, in relazione alle aree tematiche rilevanti
inerenti il disagio dell'utente come sistema complesso di bisogni.
Gli obiettivi si collocano in un continuum. Dal rompere l'isolamento alla
condivisione di un progetto di reinserimento sociale.
Una competenza centrale nell'intervento dell'operatore è la capacità di
condurre colloqui in modo empatico ed assertivo.
Nel colloquio s'intrecciano affetti pensieri e comportamenti espressioni e
gesti che è possibile cogliere solo con un atteggiamento empatico di
sintonizzazione su un piano affettivo e cognitivo.
L'empatia è diversa dalla compassione e dall'intesa e non contempla un
atteggiamento direttivo. E' necessario evitare di trasmettere all'utente
che cambiare sia facile banalizzando il suo problema, è opportuno ricorrere
alle valutazioni psicologiche evitando di comunicare giudizi morali.
Bisogna mantenere un atteggiamento il più possibile flessibile senza idee
preconcette su pensieri reazioni ed emozioni dell'utente.
La conoscenza dell'altro si sviluppa in parallelo con lo sviluppo
dell'autoconoscenza. Un termine adatto sarebbe "ampliamento della
conoscenza condivisa" in favore dell'autoesplorazione che in entrambi
i protagonisti del progetto di reinserimento sociale è fondamentale nel
momento in cui si presenta per cogliere il feed.back che il progetto stesso
sta prendendo il giusto indirizzo.
IL
LAVORO DI RETE E I SERVIZI TERRITORIALI
I centri come il Ponte di secondo livello si prefiggono l'obiettivo di
offrire agli utenti la possibilità di poter sviluppare le risorse residue
presenti nell'individuo, affinché si avvii un processo di reinserimento
sociale.
Durante i colloqui si discute con l'utente la reale possibilità di
risoluzione del disagio sviluppando insieme una progettualità che si rifletterà
in azioni reali di presa in carico dell'utente e attivazione delle risorse
presenti, l'utente potrà, se vuole, attivare se stesso verso la risoluzione
delle problematiche evidenziate.
Per attuare un lavoro che risulti efficace è necessario ritenere che i
servizi presenti sul territorio abbiano un ruolo molto importante in quanto
si possa effettuare un lavoro di rete che permetta di risolvere in maniera
sistemica la problematica attivando ogni risorsa presente sul territorio.
Possiamo affermare che con molti servizi territoriali il quadro si presenta
caratterizzato da vera collaborazione, partendo dalle competenze specifiche
di cui le parti sono pienamente consapevoli.
Durante la prima fase valutativa si cerca di avere un quadro chiaro sulle
problematiche rilevanti.
In base ad esse verranno contattate dal Centro di accoglienza le Strutture
di cui si reputa necessaria la collaborazione.
Per migliorare la comunicazione intersistemica all'interno del lavoro di
rete si cercherà di favorire la comunicazione tra referenti. Ogni utente ha
un operatore referente con il quale vengono stabiliti di fase in fase i
passi del progetto di reinserimento sociale.
Sarà l'operatore referente a cercare un altro referente all'interno degli
altri sistemi-strutture con i quali collaborerà per la risoluzione delle
aree del disagio dell'utente.
L'operatore referente e l'utente firmano insieme un contratto sociale
in cui viene ufficializzato l'impegno nel lavoro che svolgeranno insieme.
Dal qui ed ora del colloquio dell'accoglienza il progetto si apre al
panorama della rete sociale in un circuito che anche in questo caso segue
un percorso retroattivo tipico del circolo virtuoso.
Gli incontri ed i contatti che si hanno con le strutture della Rete sociale
si riflettono poi nuovamente sul progetto, sul rapporto utente-operatore,
indirizzandone il percorso da seguire per i passi successivi.
E' quindi un processo dinamico in continuo divenire che richiede una
continua e pronta attenzione ai feed-back che la rete sociale rimanda ed a
quelli del rapporto èquipe - operatore - utente.
Si tratta di un rapporto non solo diadico tra utente e operatore, ma di un
rapporto ampliato all'intera èquipe.
Infatti ogni settimana vengono svolte delle riunioni in cui ogni membro
dell'èquipe relaziona il proprio operato, in favore di una crescita comune
in un vero e proprio momento di formazione, aggiornamento, modulazione del
progetto in relazione alla sua evoluzione.
LE
" SMAGLIATURE" DELLA RETE
Cosa succede se nel corso della realizzazione di un progetto di
reinserimento sociale le risorse su cui sono stati fondati i percorsi
possibili da intraprendere vengono meno? In pratica è quello che capita di
sovente, in corso di opera, in varie occasioni, e che purtroppo si traduce
in un ulteriore problema per l'utente.
In pratica i conti fatti non tornano: la risorsa su cui si è posto
affidamento non risulta disponibile, in sostanza la rete presenta delle
vistose smagliature che vanno a rappresentare veri e propri ostacoli alla
realizzazione dell'intervento se non una vera e propria interruzione del
lavoro.
Le problematiche di tipo psichiatrico si confrontano con le aziende ASL che
a volte concedono visite all'utenza in tempi troppo lunghi. Tali ritardi di
intervento determinano una non facile gestione dell'utente psichiatrico che
necessita a volte di una terapia farmacologica contenitiva, dando origine a
dinamiche relazionali
disfunzionali e conflittuali con il resto dell'utenza presente all'interno
dei Centri di reinserimento.
Le difficoltà che si sono evidenziate rispetto ai Servizi Sociali sono
state rappresentate dalle lunghe attese per ottenere una risposta rispetto
alla possibilità di avviare un progetto con l'utente. Ciò ha portato
l'utente a rinforzare il concetto di sfiducia già presente nell'utenza dei
SFD rispetto ai Servizi, nonché la credenza radicata che nulla è possibile
fare rispetto al proprio disagio.
Il Servizio Sociale, abbiamo già detto ampiamente, funge da leva per poter
accedere a quei servizi che sono in grado di soddisfare le esigenze della
persona, a colmare le personali lacune con la finalità di superare il
problema.
Quindi un lavoro di rete viene costituito, oltre che dai servizi attivati
in favore delle persone senza dimora anche dall'insieme dei servizi
territoriali e quelli del privato sociale a cui il Centro di reinserimento
sociale può attingere, avendone individuato la rispondenza con la
specificità del problema di cui l'utente è portatore.
La rete sociale prevede una stretta connessione tra tutte le risorse
esistenti e presenti sul territorio. Nell'area dei senza dimora, si può, a
livello esplicativo, suddividere l'insieme della rete sociale in due
sottoinsiemi:
- la rete costituita dall'insieme dei serviti
attivati in favore dell'utenza
- l'insieme dei servizi territoriali.
Se
si presenta una risposta inadeguata o carente nella rete, ci troviamo di
fronte alla incapacità della rete sociale di rispondere in modo efficace
alla esigenza della persona.
Le case famiglia rappresentano un efficace servizio che
permette ad utenti avviati in un processo di reinserimento sociale di
supportarli in una ultima fase prima dell'autonomia. C'e però da
evidenziare l'insufficiente numero di tali strutture sul territorio che non
permette di soddisfare tutte le richieste.
Per quanto riguarda le case famiglia vi è da dire che il rapporto esistente
tra esse e gli altri servizi risulta essere insufficiente sia per una
questione numerica (pochi posti in relazione al totale delle accoglienze
nei centri di secondo livello), sia in relazione al diverso tempo di
accoglienza che esse prevedono (sino ad un anno). Facendo i conti, gli
utenti che potrebbero usufruire delle case famiglia si ritrovano ad avere
come ostacolo primario quello di non avere la disponibilità di posti
necessari.
Ciò frena quel cammino avviato con molti utenti che spesso si ritrovano ad
un passo dal reinserimento ma necessiterebbero di un ulteriore sostegno per
effettuare un pieno reinserimento sociale. Sarebbe opportuno
riflettere inoltre in modo critico sulla modalità di scelta dell'utente che
molte case-famiglia effettuano come elemento discriminante per accogliere
persone nelle loro strutture.
Ciò evidenzia una ulteriore discriminazione e riduzione di accesso a tali
strutture che determina una maggiore inefficienza di tali servizi.
Quindi o si cambia il rapporto numerico, aprendo altre case famiglia,
oppure si può pensare ad un diverso intervento in favore di quelle persone
che, avendo usufruito dei servizi di secondo livello si sono dimostrate
motivate al cambiamento e hanno messo in atto dei progressi che necessitano
di essere sottoposti ad ulteriore monitoraggio e continuo sostegno.
Una alternativa in tal senso potrebbe essere costituita da un intervento
alloggiativo che veda i servizi assistenziali attivati nella organizzazione
di gruppi appartamento in cui sia possibile la coabitazione di più utenti.
Questa alternativa avrebbe il vantaggio di un impegno economico meno
gravoso per l'Amministrazione che investendo in un appartamento potrebbe
soddisfare le esigenze di più utenti.. Se si pensa inoltre che alcuni di
essi sarebbero in grado di intervenire attivamente nella gestione
economica, il risparmio per l'Amministrazione Comunale risulta
immediatamente tangibile. Il problema di continuare il monitoraggio e il
relativo sostegno potrebbe ricadere sulle strutture che hanno proposto
l'invio, in caso di servizi di secondo livello, il compito potrebbe essere
assolto in modo efficace continuando a seguire la persona nell'ambito del
diurno.
SERVIZI
TERRITORIALI
Tra i servizi attivati in favore dei senza dimora e i servizi territoriali
non è stato ancora pienamente raggiunto un rapporto funzionalmente
adeguato. Ci sembra che il problema sia superabile attraverso il
raggiungimento di una completa pariteticità.
Molto è cambiato sulla scorta delle esperienze comuni che sono state
affrontate e che hanno dato modo di modulare e migliorare il rapporto.
Possiamo affermare che con molti servizi territoriali il quadro si presenta
caratterizzato da vera collaborazione, partendo dalle competenze specifiche
di cui le parti sono pienamente consapevoli.
La conoscenza va ampliata e approfondita a tutte le risorse esistenti e ci
sembra ovvio che il tentativo deve essere bidirezionale: Centro di reinserimento
sociale - servizi territoriali, in una ottica paritetica in cui l'uno
costituisce una risorsa per l'altro e viceversa.
La possibilità di poter attuare degli incontri periodici con gli operatori
dei servizi territoriali permetterebbe di ampliare e migliorare la
comunicazione fra i servizi e i centri coinvolti. Inoltre un periodico
confronto permetterebbe di superare le difficoltà che emergono di volta in
volta attuando interventi idonei ad arginare tali problemi.
Possiamo affermare che il "Ponte" è divenuto una risorsa
aggiuntiva per l'utente, non solo perché è in grado di soddisfare le
esigenze primarie, ma soprattutto perché rappresenta per la persona un
supporto fattivo nel delicato e difficoltoso percorso dell'autonomia.
Il Ponte rappresenta per gli operatori dei servizi territoriali una
"voce" autorevole che è in grado di offrire loro valutazioni ed
osservazioni sull'utente che sono necessari per fornire indicazioni sulla
situazione personale e sulla evoluzione del progetto. Il Centro di reinserimento
sociale infatti è in grado di rapportarsi quotidianamente con i suoi
utenti, realizzando ciò che è impensabile per i servizi territoriali, dove
l'utenza ha accesso sporadicamente a causa del gran numero di richieste. In
tal modo la persona riesce a comunicare solo alcuni bisogni,
presumibilmente quelli più impellenti.
L'analisi dei bisogni, la valutazione delle risorse personali, sono
attività che vengono effettuate efficacemente nel Centro, grazie alla
professionalità messa in atto e allo stretto rapporto di conoscenza che si
realizza tra l'utente e il gruppo degli operatori. Questo elemento deve
essere tenuto nel giusto conto dai servizi territoriali, in quanto
rappresenta una risorsa rilevante e indispensabile per la realizzazione di
interventi individualizzati di reinserimento sociale.
Non si possono comunque non citare quelle strutture che hanno permesso
durante il lavoro con i SFD di dare un reale supporto sia agli utenti che
agli operatori.
L 'OIM è risultata una grande risorsa durante il lavoro effettuato nel
2002, in riferimento soprattutto alle pratiche di rimpatrio assistito a
carico di alcuni utenti stranieri presenti nel nostro territorio.Tali
progetti sono stati supportati da una reale collaborazione da parte delle
Ambasciate che si sono impegnate alla risoluzione di problematiche inerenti
il rimpatrio di alcuni utenti, nonché l'utile informazione rispetto a tali
pratiche.
Anche L'USI ha attivamente collaborato allo sviluppo di progetti e alla
presa in carico di rifugiati che si sono rivolti alla nostra struttura.
L'AREA
DEGLI IMMIGRATI
I dati relativi all'anno 2002 mettono in luce un incremento della presenza
di stranieri nel centro.
La rilevazione è molto interessante e va discussa alla luce della nuova
normativa che regola la presenza di stranieri sul territorio italiano.
Vi era da attendersi che, in vista del ventilato condono, alla fine
risultato come una denuncia di emersione del lavoro sommerso, gli stranieri
che intendevano cercare nuove possibilità in Italia avrebbero tentato di
utilizzare le previste determinazioni sulla regolarizzazione dei cittadini
immigrati clandestinamente.
Quindi è da leggersi in questa ottica l'aumento verificatosi sino alla
promulgazione del decreto che ha dato il via alla denuncia di emersione del
lavoratore irregolare.
Nel periodo successivo allo scadere dei termini di presentazione della
domanda di emersione di lavoro irregolare, avremmo atteso dati minori
rispetto all'andamento annuale.
Questa previsione è stata disattesa dal continuo aumento delle presenze
straniere che continuano ad essere numerose, nonostante la legge preveda
precise direttive per le Forze dell'ordine in relazione alla repressione
della presenza di persone prive del permesso di soggiorno. Allo stesso modo
stupisce come, terminata l'opportunità di regolarizzazione tramite un
contratto regolare di lavoro, ancora ora molte risultano le aziende e le
famiglie che sono disposti ad intavolare un rapporto di lavoro,
naturalmente irregolare, con persone prive del permesso di soggiorno e con
alcuna possibilità di poterlo ottenere. Se si pensa che anche per i datori
di lavoro la legge prevede pene severe lo stupore è ancora maggiore.
Il campione del Ponte ha mostrato un incremento della presenza femminile
che ha superato quella maschile sia tra gli italiani che tra gli stranieri.
Ritengo che il dato non sia collegabile al fenomeno dei ricongiungimenti
familiari , piuttosto sia spiegabile con la necessità della popolazione
anziana italiana di avere persone che si occupino di loro. Quindi una maggiore
offerta di lavoro per il mondo femminile ricollegabile all'aumento dell'età
degli italiani. In effetti abbiamo potuto constatare che è relativamente
facile per le donne trovare una occupazione con alloggio anche se, nella
maggior parte dei casi, si tratta di un lavoro mal retribuito e sottopagato
e privo di garanzie poiché le badanti, una volta deceduto l'anziano
assistito, vengono immediatamente espulse e messe fuori. Per gli uomini,
invece, è più difficile trovare una occupazione, soprattutto per la minore
disponibilità da parte delle famiglie di ricorrere al sesso maschile per
l'espletamento di attività di assistenza.
Nel
periodo precedente la regolarizzazione, la condizione degli immigrati, in
particolare i più giovani che avevano goduto del permesso di soggiorno per
minore età, si sono trovate nella condizione di irregolari in quanto la
trasformazione del permesso di soggiorno per minore età in permesso di
soggiorno per motivi di studio o lavoro non è risultata più automatica.
Questo è da attribuirsi soprattutto all'incompletezza e alla superficialità
del progetto intrapreso con i minori nel periodo in cui erano ospiti degli
Istituti e dei Centri che li avevano presi in carico, tanto da non riuscire
nemmeno a tutelare la loro posizione legale una volta divenuti maggiorenni
inserendoli all'interno di un progetto a lungo termine che gli avrebbe
garantito il rinnovo del permesso di soggiorno. Anzi la maggior parte dei
ragazzi che sono passati dai centri per minorenni ai centri di secondo
livello come il Ponte, hanno sperimentato una vera e propria
"fobia" per i Commissariati in quanto, avendo presentato domanda
di rinnovo del loro permesso di soggiorno, hanno avuto notizie di altre
persone che si trovavano nelle loro identiche condizioni che, recandosi al
commissariato fiduciosi di ritirare il nuovo permesso di soggiorno, si sono
viste notificare un decreto di espatrio che li ha gettati nella più
profonda depressione.
Su questo argomento possiamo evidenziare come le risorse sociali investite
su questi ragazzi siano state completamente sperperate: nella stessa
condizione si sono trovati ragazzi regolarmente iscritti e frequentanti
corsi scolastici in scuole statali e ragazzi che avevano trovato una
occupazione con datori di lavoro desiderosi di regolarizzare il rapporto di
lavoro. Possiamo immaginare che alcuni di loro hanno scelto di rientrare
nella loro terra di origine ma che la maggioranza ha optato per rimanere in
Italia e a causa dello stato di clandestino, facili preda del giro che
gestisce le attività illegali.
Quale può essere lo scenario futuro e attendibile.
Il lavoro offerto agli immigrati continuerà ad essere caratterizzato,
nonostante il contratto regolare annuale, da precarietà legata
sostanzialmente ad un rapporto di lavoro come assistenti o badanti a
persone prevalentemente anziane, con problemi sanitari per cui la durata
del rapporto risulta strettamente associata e condizionata all'evolversi
dei problemi sanitari e a quelli connessi con l'aumentare dell'età.
Sino ad ora, gran parte delle donne straniere, ma anche delle donne
italiane, che erano occupate in lavori di assistenza a famiglie, si sono
trovate, nella maggior parte dei casi, prive di lavoro e conseguentemente
anche di alloggio, a causa della morte del datore di lavoro o di un
aggravamento del suo stato di salute che ha comportato un suo inserimento
in ospedale o clinica a lungo degenza.
Bisogna considerare che le persone che hanno usufruito della
"sanatoria", ottenendo la regolarizzazione, hanno la necessità di
continuare a lavorare per avere diritto al permesso di soggiorno. E' quindi
indispensabile che il rapporto di lavoro non si interrompa o che, una volta
interrotto, venga nel tempo di sei mesi trovato un altro lavoro perché solo
in tal modo viene salvaguardato il diritto al permesso di soggiorno e
quindi alla legalità.
Sulla base di queste considerazioni c'è da attendersi un aumento del lavoro
presso i centri di reinserimento sociale in favore di persone immigrate
regolarizzate che si troveranno senza lavoro e senza alloggio. Sarà
necessario attivare un lavoro orientato prevalentemente all'inserimento
lavorativo unitamente a un lavoro di sostegno e supporto psicologico in
favore dell'utente al fine di prevenire sindromi depressive o comportamenti
di fuga dalla realtà tramite assunzione di alcool o abuso di sostanze
stupefacenti.
A differenza del periodo precedente l'inserimento lavorativo rappresenterà
un obiettivo pienamente perseguibile e realizzabile, essendo gli utenti in
condizione di legalità.
2002: dati e statistiche
Il
totale degli utenti ospitati al Ponte nel 2002 e il cui progetto, nell'arco
dello stesso anno, può essere considerato "riuscito" in termini
di reinserimento, è 102. La tabella seguente evidenzia il dato suddiviso
per il sesso.
Utenti "Il PONTE" : 2002

Riportiamo
di seguito le tabelle annuali delle presenze al Ponte a partire dal 1999,
anno di attivazione del servizio.
Utenti "Il Ponte": 2001

Utenti "Il Ponte": 2000

Utenti "Il Ponte": 1999

TORNA SU
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Emerge immediatamente nel confronto una differenza con gli anni precedenti.
Si rileva infatti un incremento significativo delle presenze delle donne
che arrivano nel 2002 a superare quella degli uomini con una percentuale
del 52,9% rispetto a quella degli uomini che è del 47,1% (grafico 2). Per
la prima volta dall'inizio dell'attività del Ponte la presenza femminile è
maggiore rispetto agli uomini. Il dato è ancora più interessante se si
pensa che la percentuale delle donne è maggiore sia nel campione degli
italiani che in quello degli stranieri (grafico 3).



E'
risultata maggiore anche la presenza degli stranieri (grafico 1). La
tabella seguente riassume i dati complessivi delle presenze suddivisi per
nazionalità e sesso.

Il
disagio presentato dagli utenti è stato suddiviso, in breve e lungo periodo,
sulla base del periodo di origine del disagio stesso. Secondo questa
caratteristica l'utenza si presenta suddivisa in due fasce come indicato
nel grafico 4.

Vi è
una maggiore presenza di persone che hanno esperienza di disagio di lunga
durata. Il campione degli stranieri si distribuisce equamente per quanto
riguarda il parametro durata del disagio, quello italiano invece è
rappresentato per il 31,4% da utenti il cui disagio dura da lungo tempo
rispetto al 10,8% di persone che da poco hanno la necessità di rivolgersi
al di fuori del nucleo familiare per richiedere aiuto.. Il grafico 5 mostra
le differenze riscontrate.

Il
grafico 6 mostra una ampia percentuale di utenti, complessivamente pari al
88,2%, la cui permanenza nella nostra struttura risulta essere di un
periodo compreso nei tre mesi. Questo dato, considerata la percentuale del
58,8% di persone il cui disagio permane da lungo tempo (Vedi grafico 4), è
in linea con la filosofia di lavoro che è alla base dei centri di secondo livello,
secondo cui l'evitamento della cronicizzazione rappresenta l'elemento
fondamentale per la cosiddetta riduzione del danno. Evitare la
cronicizzazione significa uscire nel più breve tempo possibile dal circuito
assistenziale e iniziare autonomamente a condurre la propria vita.

Il
grafico 7 indica una alta percentuale di obiettivi pienamente raggiunti,
53,9%, ai quali si deve sommare il dato relativo agli obiettivi
parzialmente raggiunti, 38,2%, che vanno valutati anch'essi in modo
positivo se si considera che il grado di successo va modulato in funzione
delle risorse residue dell'individuo. In base alle risorse individuate si
concordano con l'utente stesso, attraverso il contratto sociale, le varie
fasi del progetto di reinserimento sociale. Per alcuni dei nostri utenti il
successo è rappresentato dal superamento di alcune di queste fasi,
obiettivo che valutiamo come parzialmente raggiunto in relazione
all'obiettivo del pieno reinserimento sociale, non ancora raggiungibile
dalla persona.

Il
grafico 8 mostra l'esito dei progetti attivati in favore degli utenti con indicata
la condizione di uscita dal Ponte. Il 90% circa degli interventi risultano
positivi.

Come
mostra il grafico 9 gli stranieri si differenziano dal gruppo degli
italiani per una maggiore propensione a trovare una soluzione autonoma al
proprio problema. Questo nonostante l'oggettiva difficoltà ad affittare una
camera proprio a causa dell'essere impiegati in lavori irregolari e
precari.

I grafici
seguenti danno indicazioni sul tipo di utenza accolto facendo riferimento a
criteri diversi che riguardano l'età e le problematiche rilevate.
Il grafico 10 mostra la distribuzione degli utenti per fascia di età.
Risulta aumentata la presenza di giovani utenti, sia tra gli italiani che
tra gli stranieri. Leggiamo questi dati come sintomo del deterioramento e
dello sfaldamento delle famiglia. Ragazzi con storia di famiglie disastrate
e con esperienza di istituzionalizzazione, vengono a trovarsi, al compimento
della maggiore età, in situazione di disagio maggiore, privi di quei
rapporti affettivi e materiali significativi disponibili a gran parte dei
loro coetanei. Tale problema è sperimentato anche dagli immigrati che
possono godere sino al 18^ anno di età, delle tutele previste per i
minorenni dalla Legge, trovandosi, una volta maggiorenni, completamente da
soli, con l'aggravante della oggettiva difficoltà a poter accedere al
permesso di soggiorno, a causa delle inadempienze delle strutture che li
avevano presi in carico.

Il
grafico 11 vede il 36,2% degli utenti stranieri privi del titolo di
soggiorno. Questa realtà che riteniamo non si discosti molto dalla
situazione generale, pone a chi opera nel sociale seri problemi etici.
Colui che chiede aiuto è pur sempre una persona e la sua dignità o i suoi
diritti non dipendono e non possono dipendere dal possesso o meno di un
documento.
I grafici 12, 13, 14, 15, 16 e 17 mostrano le problematiche che interessano
gli utenti. L'approccio al loro superamento prevede il lavoro di rete e
l'invio ai servizi specializzati.








Come evidenziato
dal grafico 18, il 53,9% degli utenti afferma di avere buoni rapporti con
la famiglia di origine o, per chi ha ne ha costituita una, con la sua
famiglia. Il rimanente 46,1% non ha rapporti con la famiglia o per
conflittualità insanabili o perché considera di non avere più una famiglia.
Si lavora quindi con persone che non possono o non vogliono contare sui
familiari i quali hanno rappresentato modelli di riferimento per le
capacità relazionali-affettive. Il tipo di attaccamento strutturato in situazioni
simili, è presumibilmente associabile a deficit relazionali che
interferiscono negativamente con l'elaborazione della realtà e con le
scelte operate. Il trattamento psicoterapeutico, in questi casi sarebbe
altamente auspicabile e necessario per il superamento reale dei problemi
attuali. Invero risulta complesso se non impossibile, l'invio ai servizi
territoriali sia per i problemi connessi ai tempi lunghi di attesa nelle
ASL per un primo appuntamento, sia per la difficoltà operativa di riuscire
a rendere consapevoli gli utenti, che hanno a che fare con problemi
oggettivi e concreti pressanti, della necessità di avviare anche tale
percorso.

Come si
rileva dai dati e come si desume dall''esperienza diretta con persone senza
dimora, le cause concomitanti e scatenanti della emarginazione possono
essere ricondotte ad una serie di deficit che sono presenti nelle persone
che ospitiamo. La caratteristica più rilevante è costituita dalla presenza
di più aree problematiche che mettono in seria crisi la self efficacy tanto
da indurre le persone alla reazione di auto-emarginazione.
Il disagio provato sovrasta le capacità residue facendo innescare il
comportamento di emarginazione che può essere letto come allontanamento e
in alcuni casi fuga dai legami di realtà.
In questo quadro vanno individuati i compiti dei Centri di secondo livello.
I Centri di secondo livello, come il Ponte, si collocano nel panorama di
interventi attivati in favore dei Senza Dimora, come un servizio in cui è
possibile provare una esperienza spazio-temporale che privilegia il
rapporto interpersonale. Si instaurano rapporti tra gli utenti in un
ambiente diverso da quello della strada che favorisce l'aspetto sociale del
vivere, ma soprattutto è possibile creare relazioni significative col
gruppo di lavoro che opera all'interno del Centro, costituito da
professionisti in maggior parte psicologi, che creano le condizioni per la
realizzazione di una relazione di aiuto e di supporto nella quale gli
utenti trovano i presupposti per mettere in atto comportamenti e
sperimentare sensazioni ormai abbandonate quali fidarsi dell'altro,
affidarsi, sentirsi compresi.
Al Ponte è quindi possibile provare una esperienza che possiamo paragonare
a quella di una palestra in cui è possibile riscoprire ed esercitare le
personali capacità.
L'utente vi trova il setting adatto per mettere in gioco le proprie
risorse. Non importa tanto l'entità e la qualità di queste ultime, quanto
piuttosto la loro individuazione. Anche se si parla di risorse residue,
esse rappresentano le basi per una valorizzazione individuale, il loro
sviluppo rappresenta il requisito per raggiungere il cambiamento.
Ruolo prioritario in questo processo gioca il rapporto con l'équipe e in
particolare con l'operatore di riferimento che deve essere in grado di
individuare le risorse presenti attraverso una attenta fase di diagnosi,
quindi deve incrementare tali risorse mettendo in evidenza le capacità presenti
evitando di uniformarsi alla valutazione soggettiva della persona stessa
che rileva in sé unicamente incapacità e deficit. Solo attraverso un primo
intervento sull'autostima è possibile individuare e attivare un percorso di
reinserimento sociale.
Nella "palestra" Ponte è possibile, una volta individuate le
capacità-risorse, esercitarsi per ottenere un incremento delle risorse
stesse. L'importanza dei Centri di secondo livello risulta, in questa
accezione, grande. In realtà questi Centri rappresentano il primo gradino
in cui l'utente può effettivamente salire per avere la possibilità di
intraprendere il percorso verso l'inclusione sociale.
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